Massimo Squillaci Padre Giovanni Minozzi ed il Primo Dopoguerra

  

 

Massimo Squillaci

 

Don Giovanni Minozzi (Preta di Amatrice, 1884 – Roma 1959) passò gli anni della Prima guerra mondiale al fronte prendendosi cura, come Cappellano militare col grado di Capitano, dei soldati italiani, attraverso la creazione e la gestione delle “Case del Soldato alla fronte”, la più grande opera assistenziale sul fronte orientale, dotate, tra l’altro, di biblioteca, sala di scrittura e lettura, scuole per analfabeti, teatro, cinema e spazi per esercizi fisici. In quelle terre martoriate conobbe anche il barnabita Padre Giovanni Semeria, uomo di vasta cultura, considerato il più grande oratore  sacro del tempo.

Terminata la guerra, in un episodio raccontato da Minozzi,  accaduto ai primi di novembre 1918 durante un viaggio in auto verso Belluno, i due fratelli in Cristo riflettono sul loro futuro e Minozzi, dopo momenti di silenzio, esclama:

«Perché ‒ ripresi, come destandomi e sollevandomi da un peso opprimente ‒ non facciamo un Orfanotrofio per gli orfani di guerra che tu possa dirigere personalmente?

Eran tanto angosciati, piangevan tanto pe’ loro figli que’ cari soldati! Ricordi i “Terribili”? Tre quattro cinque sei figli… Li rincuorammo sì spesso, parlando d’essi, promettendo che ce ne saremmo interessati, che li avremmo aiutati…».

L’idea è lanciata, il seme è gettato, la Provvidenza segna ancora la via. Da quel momento per i due sacerdoti sarà una corsa continua a bussare ad ogni porta, per procacciare denaro e beni di sostentamento per migliaia di orfani che cresceranno nelle diverse decine di Istituti sparsi per tutto il Meridione d’Italia e facenti capo all’ente Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia.

 

Qui, per ragioni di spazio, verrà tratteggiata, per grandi linee, la grande avventura cui diedero vita questi due apostoli della carità, e per una narrazione più puntuale si rimanda al mio volume L’opera di Padre Giovanni Minozzi durante e dopo la Grande guerra – Le “Case del Soldato alla fronte” e gli orfani dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia[1].

 

Così, nella primavera del 1919, Padre Semeria inizia le sue infaticabili peregrinazioni per l’Italia meridionale. Inizia con la Basilicata che, come scrisse il barnabita, fu il «Il nostro primo amore», poi Calabria e Puglia dove, a Gioia del Colle, dove ricevette dai suoi confratelli Barnabiti una piccola chiesa ed una piccola casa religiosa.

Subito si fece sentire, impellente, la necessità di denari, che Minozzi riusciva, all’inizio, a raccogliere soprattutto grazie al generoso aiuto degli amici, in particolare americani, che aveva conosciuto durante la guerra, tramite la Croce Rossa Americana e la Young Men’s Christian Association (Y.M.C.A.).

Nel frattempo, Padre Minozzi pensa di aprire un orfanotrofio nella sua terra d’origine, ad Amatrice, ristrutturando un antico convento in disfacimento, incontrando anche difficoltà presso le autorità comunali. Comunque, il 15 agosto 1919 le prime dodici orfanelle entravano nell’Orfanotrofio Femminile e dopo un mese si apriva anche l’orfanotrofio maschile. È l’inizio di quella che sarà, a breve, denominata l’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia. E questo primo passo ci dà, inoltre, l’idea della stima e del carisma di cui Padre Minozzi godeva presso le autorità civili ed ecclesiastiche, sulle quali potrà sempre fare affidamento, di qualunque colore politico esse fossero: alla inaugurazione dell’Orfanotrofio femminile di Amatrice, non a caso il giorno della Assunta, era presente, in rappresentanza del Governo ed inviatogli dall’amico Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, il Vice Prefetto dell’Aquila . Presenti, anche, il Vescovo di Ascoli Piceno, Mons. Apollonio Maggio e l’Arcivescovo dell’Aquila, Mons. Adolfo Turchi, grande amico del sacerdote. «Era il primo Orfanotrofio di guerra che s’apriva nella vasta zona dell’Italia centrale». Nel discorso inaugurativo, il sacerdote, avverte che, dopo la tragedia della guerra, occorre ricostruire la società dalle fondamenta, cioè dalla famiglia e per questo, nell’Orfanotrofio femminile di Amatrice, come in quelli che sorgeranno dopo, si intende formare delle fanciulle nell’animo delle quali respirino i valori veri e sacri della patria e, appunto, della famiglia.

 

Don Minozzi ci tenne sempre che i suoi orfani fossero ospitati in strutture belle anche architettonicamente ed artisticamente: «Io ho ritenuto sempre che l’educazione è opera di bellezza e di gioia: non si educa non si può nobilmente educare nella sporcizia e nella tristezza. Normalmente non si cresce forti, fisicamente e moralmente, non ci si educa a gentilezza sicura e serena che in ambienti sani e aperti luminosi. E l’ordine, la pulizia, l’igiene perfetta sono sussidi insostituibili per l’opera educativa». Ed anche l’arte e l’armonia da essa portata è, per il sacerdote, elemento importante per l’educazione. Ecco allora che, per i suoi istituti, convocherà rinomati artisti del momento, molti dei quali aveva conosciuto in guerra perché da lui chiamati a decorare le sue “Case del Soldato”. Il rapporto di Minozzi con gli artisti è stato uno degli elementi costanti della sua vita e ne resta una forte traccia anche nell’Epistolario del sacerdote: carità e cultura sono uno dei suoi binomi costanti.

 

Ma poi, seguendo le orme di Semeria, anche Don Minozzi intraprese un viaggio per il Meridione, nell’autunno del 1919. A Potenza rimane esterrefatto dell’arretratezza civile ed anche religiosa, e spingendosi nelle terre circostanti trova sacche di paganesimo e superstizione ancora dilaganti nei paesi poverissimi. L’esperienza diretta lo rafforza ancora di più l’idea che sia necessario dar vita, per affrontare l’immane lavoro che si prospetta, ad una organizzazione stabile, che superi i singoli “operatori di bene” ed alla quale si chiamino a partecipare soggetti in grado di investire qualche somma in modo duraturo. E poi occorrerà farsi affiancare da «tre o quattro preti intelligenti e attivi, anime apostoliche, e un paio di giovani secolari fidati a tutta prova per sviluppare a mezzo loro le nuove forme di assistenza sociale (cooperative ecc.) qui assolutamente sconosciute. Con essi, intessendo una ben organizzata serie di Asili, di ricreatori, di dispensari, di cooperative, di orfanotrofii ecc.». Ha subito presente che il problema del Mezzogiorno è vasto, perché problema morale-religioso-civile insieme. «La questione meridionale è anzitutto una questione d’educazione, una questione morale. E non se ne prepara la soluzione che preparando generazioni nuove con tenacia possente per un avvenire di cui appena forse noi potremo vedere l’alba lontana».

Accenniamo qui al fatto che l’esperienza di Minozzi fu al contempo pratica, sul campo, e da studioso della Questione meridionale. Per questo volle conoscere, attraverso l’amico Padre Semeria, quello che allora era ritenuto il maggiore esperto, il Senatore del Regno Giustino Fortunato. Questi ospitò spesso gli amici nella sua casa di Rionero in Vulture e rimase colpito, lui che aveva forti venature di pessimismo sulla volontà non solo del Governo ma delle stesse popolazioni meridionali ad uscire dal loro stato di miseria, del programma e soprattutto dell’ardore dei due sacerdoti. Si conservano diverse lettere tra Minozzi e Fortunato dalle quali traspare questo loro diverso stato d’animo. Comunque Fortunato volle partecipare concretamente al programma di bene dei suoi amici e contribuì all’acquisto di una struttura nel suo paese natale, Rionero in Vulture, da adibire ad Asilo, e che verrà in seguito intitolato proprio alla madre di lui.

 

Più l’opera di bene va avanti più, necessariamente, si fa sentire impellente il bisogno di fondi, così Padre Minozzi programma un viaggio negli Stati Uniti per incontrare i suoi amici americani e le tante comunità di italiani. Ma Semeria insiste per andarci lui, anche per l’età: «tu sei giovane, ci andrai dopo; ma io, ora o non più». Il suo viaggio durò dall’8 dicembre 1919 al 10 luglio 1920 e si spese al solito suo, senza risparmio di forze, tenendo soprattutto conferenze pro orfani nelle comunità degli emigrati italiani e alla fine raccolse circa due milioni di lire.

Mentre l’amico è in viaggio, Minozzi continua a peregrinare per l’Italia meridionale e ad imbattersi nella miseria, spesso anche miseria spirituale proprio nei sacerdoti. È anche amareggiato dalla cecità dei Governi che si sono susseguiti, dalle promesse vane e dalle spese inutili, che vanno ad arricchire i capricci privati di pochi, dalle tasse che soffocano senza che lo Stato dia nulla in cambio «Se è realtà questa duplice Italia, tremenda realtà! Ahimè, più che duplice ancora! Mi par d’esser piombato nell’Africa, che Africa!». Ed il clero versa in una situazione di sfascio morale e spirituale ed imperversano sacche di paganesimo e superstizione nei paesi ancora primitivi.

 

Nonostante che, per la gestione degli istituti che mano mano andavano aprendo, trovasse sacerdoti e suore zelanti, egli andava maturando anche l’idea di dare vita ad una sua congregazione religiosa, animata dai principi del Vangelo ma anche dai principi educativi che Minozzi andava mettendo a punto. «Ci chiameremo “I Discepoli” In un mondo orgoglioso in cui tutti ormai pretendono per lo meno il titolo di professori, ci umilieremo cristianamente vietandoci col Divino amico ogni nome pomposo. Saremo discepoli e solamente discepoli fidi di Lui che è il solo Maestro»

Nel frattempo, il 13 gennaio 1921 nasceva ufficialmente, con Regio Decreto, l’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, un ente di diritto privato, riconosciuto dallo Stato.

 

Nel gennaio 1921 gli orfanotrofi erano già otto: due ad Amatrice, con ottanta orfane al femminile e 30 orfani al maschile; uno a Gioia del Colle, con 20 ricoverati; uno a Potenza con venticinque; uno a Barile con 21 ragazze; uno a Spinazzola e una sezione agricola staccata a San Chirico Raparo; l’ottavo quasi pronto ad Avigliano.

In piena funzione tredici asili Maschito, Forenza, Ripacandida, Moliterno, Barile, Venosa in Basilicata; Spinazzola in Puglia; Castrovillari, Stilo, Gerace Superiore, Roggiano Gravina in Calabria; San Fratello in Sicilia e Cittaducale negli Abruzzi.

Più un Doposcuola con laboratorio a Potenza e la Scuola serale con ricreatorio a Forenza.

 

Di mese in mese l’Opera cresceva rigogliosa, affluivano i ragazzi, i quali trovavano nelle Case ambiente di famiglia, e furono allevati, istruiti, educati con amorevole cura «per ricreare dal profondo la personalità morale, perché sortissero uomini seri, operatori di libertà e giustizia». E, come detto, venivano cresciuti in ambienti naturali di ampio respiro, «erano spalancati all’aria e alla luce, con vasti spazi adornati di verde e abbelliti dai fiori; al centro dei corpi di fabbrica c’era la chiesa e la cappella recanti sempre il segno dell’arte nella più pura tradizione liturgica».

Scriveva lo storico Raffele Ciasca: «D. Minozzi ha iniziato un’epoca nuova negli annali della beneficenza dell’Italia Meridionale. Egli è per gli Orfanotrofi quello che è stato per gli Ospedali S. Camillo De Lellis, quello che per l’istruzione ai figli del popolo fu S. Giuseppe Calasanzio che inculcava l’apprendimento di un mestiere senza studiare il latino (erano detti perciò “ignorantelli”), quello che fu S. Giovanni Bosco; cioè un rinnovatore e un risanatore. Fino a lui, i bimbi vivevano in una miseria materiale e morale penosa, e gli Orfanotrofi del Mezzogiorno erano rimasti ancora come all’epoca borbonica: fabbricati freddi e tristi, con lunghe camerate nude, con finestre munite di inferriate fisse, nei quali fabbricati sfiorivano povere creature senza sorriso, vestite di grigio. D. Giovanni Minozzi rivoluzionò questo triste concetto di beneficenza muffita. Costruì locali puliti, ariosi ove i bimbi all’aperto potessero svilupparsi sani, vispi, lieti; costruì grandi case confortevoli, immerse nella luce e aperte, spalancate alla gioia, con scuole rispondenti ai bisogni del popolo, fornite dell’attrezzatura suggerita dalla pedagogia moderna».

 

Nel luglio del 1922, Padre Semeria, attirato dalla sua Genova, rimase colpito dalla posizione di un campo climatico a Monterosso al Maree convinse Minozzi ad acquistarlo, grazie anche all’aiuto di un parente del barnabita; mentre l’arredo fu donato dal Ministro Grande Ammiraglio Thaon de Revel. Vi vennero alloggiati i piccoli linfatici degli altri istituti del Mezzogiorno, i bisognosi comunque di cure marine, anche provenienti da altre parti d’Italia.

 

All’Opera, ormai nota per i suoi meriti, venne affidata anche la grandiosa struttura della Certosa di Padula, in provincia di Salerno, ove sorse una bella Colonia agricola ed in pochi mesi i fanciulli ospitati furono più di cento: «Organizzammo le scuole elementari, un abbozzo iniziale di istruzione agraria, e via. L’igiene assai curata, facilitata dall’abbondanza dell’acqua, il nutrimento sano, la vita all’aperto trasformarono i figliuoli venuti già streminziti e laceri, ne fecero splendidi ragazzi floridi fisicamente e moralmente. L’ammirazione divenne presto generale. Il Provveditore agli Studi ne tessé l’elogio. Il Ministro Giurati passò apposta a vederli e ne restò commosso».

 

Sempre nel 1922 seguirono le case di Sparanise, Colonia agricola femminile; Calascio, altra Colonia agricola ma che poi venne adattata a Seminario dei “Discepoli”, con direttore Padre Tito Pasquali, braccio destro di Minozzi e suo primo successore come Superiore Generale della Famiglia dei Discepoli, fondata da Minozzi stesso come Pia Associazione nel maggio 1926 e quindi eretta in Congregazione diocesana il 13 agosto 1930. Infine L’Aquila, ove in seguito, nel 1925, verrà impiantata la “Scuola di metodo” per la formazione delle educatrici dell’infanzia, alla presenza del Regio Provveditore agli Studi, che «ha manifestato la sua ammirazione per il programma dell’Opera e pel modo come la Scuola è stata sapientemente organizzata». Lo Stato aveva creato pochissime Scuole di metodo, mentre concedeva di crearne altre ad enti che davano garanzia assoluta di capacità educatrice e per il Mezzogiorno venne scelta l’Opera di Semeria e Minozzi.

 

Qui possiamo solo ricordare di sfuggita che, per il prestigio di cui era circondata la sua figura, Padre Minozzi lo troviamo coinvolto, verso la fine del 1922 e l’inizio del 1923 nei primi avvicinamenti tra il Governo italiano – soprattutto per desiderio del suo Capo Benito Mussolini –, e la Santa Sede, per avviare una composizione definitiva della “Questione romana”: si incontrarono Fulvio Milani, Sottosegretario al Ministero di Grazia e Giustizia e Culti, Padre Giovanni Genocchi – caro amico di Minozzi – e uomo di grande prestigio intellettuale, legato agli ambienti della Curia romana e, appunto, Minozzi.

 

Qualche parola va spesa riguardo ai “principi educativi” di Padre Minozzi. «Vogliamo elevare premurosi all’amore di tutte le cose più alte e più nobili i nostri figliuoli nella gioia dell’essere, a contatto con altri cuori che diano stimolo perenne all’intimo senso di responsabilità personale, privata e sociale, d’ogni atto della vita, nella luce piena della divina paternità che raggia pel mondo. Rispetteremo certo gelosi l’autonomia dello spirito, ma non seguiremo la stolta pretesa d’una pseudo libertà che farnetica d’abbandonare interamente il bambino a se stesso, ne segua che vuole. No: noi educheremo, indirizzeremo, cioè, a principi che ci paiono immutabili e santi. L’educazione non è un lasciar andar la barca alla deriva: essa deve guidare la barca. Le doti spontanee dell’individuo non soffriranno, perciò, nulla. La personalità si svilupperà, illuminata e sorretta, più libera e forte. Perché noi studieremo gli individui singoli nei loro temperamenti, nelle attitudini varie, così come alla vita sbocciano nel mistero divino. Noi aborriamo da ogni dottrinarismo vano. Faremo della psicologia pratica, avvicinando continuamente i nostri bimbi, vivendo con essi, senza oppressioni morali, senza violenza, favorendo le belle e buone inclinazioni secondo la parabola eterna dei talenti. E prima d’ogni cosa li abitueremo alla sincerità a tutta prova, alla fierezza della propria libertà. L’uomo sano, moralmente e fisicamente, è schietto: sdegna la simulazione la menzogna la posa». Spazio, anche, alla educazione fisica: «gli esercizi fisici addestrano il corpo, dandogli agilità e forza, temprano anche l’anima al dominio sereno di sé». Inoltre, nei suoi istituti, vi saranno scuole professionali, per avviare i ragazzi al mondo del lavoro: tipografie, officine meccaniche, filande, colonie agricole, ecc.

E gli educatori «non devono essere inquisitori freddi e arcigni, ma padri intelligenti e benevoli cui l’affetto apra gli occhi e il cuore a intendere l’anima che geme. Devono essere, i nostri direttori, consiglieri fidi delle creature loro commesse devono facilitare in essi gli atti virtuosi; devono educarle all’esame e al controllo di sé, di tutta la propria attività interna ed esterna nella chiara luce divina. E l’educazione è creazione: sono anime che incontrandosi generano nell’amore. È una mutualità amorosa. L’educatore è padre: deve avere viscere di padre. Tutto è qui. Non indulgenze pericolose, né imposizioni gelide. Semplice generoso affabile, saprà essere forte senza asprezza, perché gli fiorisca larga intorno la confidenza filiale».

 

Nel 1925 300 orfani convennero a Roma per partecipare all’Anno Santo, a spese del Presidente dell’Opera Nazionale, il Principe Doria, nel cui palazzo il Capo del Governo, Benito Mussolini, estimatore di Minozzi e con il quale, negli anni, si incontrerà più volte, offrì il pranzo agli orfani.

 

Il 15 marzo 1931, moriva, a Sparanise, Padre Giovanni Semeria. Accorse una folla di gente a vegliarlo, tra le suore e le orfanelle: «straordinario il numero de’ piccoli che facevan ressa per entrare come spinti e attratti da un misterioso fascino, esaltati da una strapotente riconoscenza filiale». A Roma, il funerale fu seguito da una immensa folla di gente, di tutte le estrazioni sociali, perché tutti i cuori aveva incantato e irretito col suo parlare quasi profetico, che sollevava gli spiriti e le menti fino al cielo.

 

Minozzi fu sempre indipendente politicamente, e lo dimostrano diversi episodi della sua vita. Ad esempio, quando ai professori universitari fu chiesto di pronunciare il giuramento di fedeltà al Fascismo, egli, che ne conosceva diversi, scrisse sul suo Diario:  «Tragedie d’anime questi giorni ne’ migliori professori universitari d’Italia. Molti m’hanno accorato. Presi per fame, col coltello alla gola, han ceduto, han dovuto cedere. Pochi han resistito, mirabili, troppo pochi! Che strazio! Dov’è l’Italia? Che vale moralmente, religiosamente questa dolcissima Italia? E perché mai avvilirla ancora di più, renderla a se stessa spregevole? Sadismo bestiale è questo, voluttà d’inferno!»

 

La fama dell’Opera è ormai un fatto assodato: a gennaio del 1933 si reca in visita agli orfanotrofi di Amatrice il Prefetto di Rieti Filippo Ravenna Pasqualigo, il quale si sofferma con vivo interesse nei laboratori e nelle officine dell’istituto femminile e di quello maschile. Era presente anche il Marchese Vecchiarelli, Presidente dell’Opera Nazionale Balilla e le autorità locali. Gli ospiti vengono accolti dalla fanfara degli orfani. Vengono, poi, ammirati i lavori esposti nei laboratori di ebanisteria, dei falegnami, dei meccanici, dell’aviazione; ma soprattutto colpiscono i nitidi lavori tipografici e gli artistici oggetti in ferro battuto: due orfani vengono proclamati campioni provinciali per i lavori di ebanista e intarsiatore, assegnando un premio di Lire 50 ciascuno.

A Chieti, invece, si tengono a beneficio dell’Opera e sotto la protezione di S.E. il Prefetto Guido Letta, tra i più affezionati soci dell’Opera, una serie di conferenze, nelle quali parleranno, tra gli altri, il dantista Padre Luigi Pietrobono, S.E. Roberto Paribeni, Direttore Generale delle Belle Arti e S.E. Emilio Bodrero, Vicepresidente della Camera, tutti amici di Padre Minozzi.

A maggio, ad Amatrice, nel vastissimo cortile dell’Orfanotrofio maschile, si svolse l’annuale saggio di educazione fisica per le Scuole elementari, voluto dall’Opera Nazionale Balilla, alla presenza del Regio Commissario, del Segretario del Fascio, di un rappresentante dei Regi Carabinieri, il Presidente dell’Opera Nazionale Balilla, Dott. De Bernardinis.

 

Nel 1934, Padre Minozzi organizza la “II Mostra Internazionale di Arte Sacra”. Molti degli artisti partecipanti, saranno poi assunti dal sacerdote per decorare i suoi istituti.

La mostra, sotto l’Alto Patronato del Re Vittorio Emanuele III, ebbe come Presidente onorario S.E. Benito Mussolini e come Presidente effettivo S.E. il conte Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, amico di Minozzi che, invece, ne fu l’organizzatore, a nome dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, nonché il Direttore Generale. Si tenne presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Valle Giulia, a Roma.

 

Nel 1938, Padre Minozzi riesce a far inserire l’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia nel Regio D.L. del 28 aprile, n. 616, che autorizza ad acquistare diritti a sussidio terremoto – quello della Marsica del 13 gennaio 1915 – per la costruzione di Asili-Laboratorio nei comuni di Petrella Salto, Fiamignano, Pescorocchiano, Borgocollefegato.

 

E giunge, infausto per l’Italia, il 1940, con la dichiarazione di guerra del 10 giugno a Gran Bretagna e Francia. Padre Minozzi, ancora una volta guidato dalla Provvidenza, quasi vedesse profilarsi nuove tristi folle di orfani, andava maturando la costituzione di un gruppo di Suore per la cura particolarmente delle orfanelle. Abbiamo visto che il sacerdote si era servito delle Suore da subito per la gestione delle sue case, ma ora voleva crearne di proprie, educatrici fini e missionarie, come aveva fatto con la Famiglia dei Discepoli. E così, «cominciò egli a confidare su un gruppetto di giovinette, cresciute nell’Opera, pie, intelligenti, disposte ad una vita di superiore vocazione […]. Le strinse finalmente in pia associazione intitolata Ancelle del Signore e le raccolse nell’istituto femminile di Amatrice, mettendole sotto la protezione della Madonna Mater amabilis e affidandone la guida alla Signorina Gina Valenti, orfana di guerra, che assunse il nome di Suor Maria».

Leggiamo dal Diario: «23 giugno 1940 […]. Amatrice. Sera. Sono arrivato tardi, insieme alle cinque figliuole con le quali domani inizierò, nel nome di Dio, il gruppo de “le Ancelle del Signore”». L’Associazione fu approvata dal Vescovo di Ascoli Piceno, Mons. Ambrogio Squintani, il 15 agosto.

 

Tante altre vicende sono state tralasciate in questo racconto, per le quali si rimanda al volume citato all’inizio, nel quale, ovviamente, si segue il progressivo accrescersi dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia e della stima di cui godette Padre Minozzi anche dopo la nascita della Repubblica italiana (si ricorda, qui, un pranzo offerto, agli orfani di guerra, dal Presidente Luigi Einaudi durante l’Anno Santo del 1950), fino alla sua morte, nel novembre 1959. Di Padre Minozzi e di Padre Semeria sono in corso le Cause di beatificazione.

[1] Vol. V della serie “La prigionia nella Grande guerra” – “La Memoria”, “I libri del Nastro Azzurro”, Edizioni Nuova Cultura, Roma 2021.