
PROGETTO SCUOLA IN LABORATORIO ANNO 2021.
Liceo Classico Piazzi Lena Perpenti – Sondrio
Referente: Alberto Vido ( a cura di) – Partecipanti: Classe 4 A
Elaborati degli alunni
Giulio Sgrò
La possibilità di leggere il numero de “Il Nastro Azzurro” sul centenario della traslazione della salma del Milite Ignoto mi ha dato occasione di riflettere sull’importanza dell’atto stesso della traslazione, come forma di ringraziamento verso i morti che, sfortunatamente, non hanno potuto avere il diritto di essere pianti dai loro amici e familiari su una tomba a loro dedicata, ma soprattutto su coloro che vennero “traslati” e le cause che li portarono a subire questo destino. L’idea che migliaia di italiani arrivarono a sostenere tremende fatiche e privazioni, culminate in molti casi con la loro morte, per aiutare il proprio Paese che si trovava in un momento di estrema difficoltà è stato un gesto di coraggio pazzesco, che merita di essere onorato e ricordato doverosamente anche a più di cent’anni di distanza. In fondo stiamo parlando di una situazione che sicuramente colpì, in modo più o meno diretto, tutti i nostri avi e che ebbe delle conseguenze tali sulla Storia d’Italia che farlo cadere nell’oblio sarebbe, oltre ad essere un insulto alla memoria di tutti quelli che diedero la vita o che rimasero feriti, un errore gravissimo per la nostra società, che da quegli avvenimenti può trarre insegnamenti e valori validissimi anche al giorno d’oggi. Infatti, in un analogo momento storico di grande difficoltà collettiva come quello che stiamo vivendo da ormai due anni, pensare ai gesti degli italiani del secolo scorso e alle pene che sopportarono per un bene superiore, quello dello Stato inteso come una comunità, può fungere anche come modello da seguire per tutti noi: aiutandoci a sopportare meglio i nostri problemi quotidiani e incrementando quel senso di collettività e di coesione sociale che spesso è fondamentale per uno stato al fine di superare i momenti di crisi.
C’è quindi il mio più sincero auspicio che la memoria del gesto della traslazione e di tutta la storia che sta dietro ad esso possa continuare a vivere nella mente delle nuove generazioni e possa aiutarci ad affrontare meglio le difficoltà attuali e future che si presenteranno all’Italia e agli italiani.
Jacopo Tessarolo
Per me il monumento al Milite Ignoto non è solo un monumento dove alti funzionari Italiani e stranieri posano delle corone di fiori qualche volta l’anno. Ma è molto di più, è il luogo che ricorda o che fa ricordare l’estremo sacrificio fatto dalle passate generazioni per il compimento dell’unità nazionale compiutasi durante il Risorgimento e la Grande Guerra. Quest’anno in oltre ricorre la data importante che celebra il centenario della sepoltura del Milite Ignoto che, scelto da Maria Bergamas (madre di un soldato disperso in guerra), intraprese un lungo viaggio lungo la ferrovia che va dal Friuli Venezia Giulia fino a Roma dove fu accolto dalle più alte cariche dello Stato e delle Forze Armate. Il feretro fu portato in spalla da grandi eroi di guerra tra cui Luigi Rizzo, colui che compì l’impresa di affondare la corazzata Austriaca SMS Szent István. Oltre ad essere un monumento tutti a caduti se lo si analizza del profondo non ci si trova solo la grande Storia, quella con la S maiuscola, ma anche molte storie di soldati che hanno combattuto per l’Italia, soldati che hanno tutti una propria versione della guerra e magari militari che hanno perso qualcosa in guerra o che non sono mai tornati dalla guerra. Soldati che magari avevano qualcuno a casa ad aspettarli e a cui molto probabilmente volevano bene, di ogni classe sociale e di ogni parte d’Italia che si sono uniti e hanno combattuto per l’Italia sempre ed ovunque e che oggi ricordiamo lì, al monumento del Milite Ignoto. Non è solo il luogo dove giace la salma del milite ignoto ma è il luogo dove ogni Italiano dovrebbe ricordarsi che lo Stato che oggi noi abbiamo ricevuto in eredità, come un Paese in pace e prospero, non è altro se non il frutto di quest’enorme sacrificio delle generazioni passate che oggi noi ricordiamo al monumento del Milite Ignoto per non dimenticare le storie di questi soldati che, di sicuro, erano figli dell’Italia ma anche la Storia del nostro Paese che ha sofferto, ma ha saputo rialzarsi e combattere. Ecco cos’è per me questo monumento un pezzo di Storia che ci fa ricordare queste storie.
Sofia Stangherlin
Il vuoto delle trincee è assordante. C’è una scomoda sensazione di umido ed è freddo. Su internet ci sono moltissime fotografie in bianco e nero di uomini in divisa, seduti ai bordi della trincea che, paradossalmente, sorridono. Hanno il viso amichevole: sono i nostri fidanzati, mariti, fratelli, amici. Sono lì che fumano e giocano a carte, ma si scorge nello sfondo il sorriso beffardo della guerra. Ed è un sorriso saccente e crudele, perché di lì a poco voleranno proiettili, sarà versato del sangue su quel terreno umido, e si mischierà a lacrime e grida e sguardi spenti. Forse anche i visi di coloro che sorridono in questa foto, di lì a poco, giacquero riversi a terra. Questo pensiero mi torce le viscere. “E se fosse capitata a me, quella chiamata?” penso. “Se lo stesso giorno in cui avessi ricevuto una lettera da un mio caro partito per la guerra, nella quale mi assicurava di stare bene e che sarebbe tornato a casa presto, ecco, se in quell’istante fosse morto?” Sarebbe sempre rimasto un corpo tra i tanti, perché la guerra, se sei abbastanza fortunato da sopravvivere, ti toglie la voglia di farlo. E se ti uccide, ti uccide due volte: ti toglie il nome, ti deturpa il volto, ti strappa dai tuoi cari e spera che tu venga dimenticato. La guerra è un quadro tutto sbagliato dipinto col sangue dal quale non si capisce niente e non si distingue niente, e non ha significato; perché non vuole nient’altro che infonderti un irreparabile senso di…tristezza? Sì, ma non solo. Di vuoto. E i soldati che perdono lo vita non sono soldati e uomini, ma solo soldati, pedine di un gioco nel quale perdere è l’inevitabilità. Ma il 28 ottobre 1921 una madre è chiamata dinanzi a undici bare, e sceglie la decima. Erano bare di morti in guerra che non avevano un nome, e lei non aveva più un figlio. Scelse la decima bara, che venne portata a Roma e fu sepolta nell’Altare della Patria, e il 4 novembre quell’uomo senza nome divenne il Milite Ignoto. L’uomo che fu soldato e che morì in guerra, e che è al contempo tutti gli uomini che furono soldati e che morirono in guerra, e che la guerra stessa voleva far scomparire. Io ho diciassette anni, e sono nata nel 2004. Sono stata fortunata perché nel periodo in cui sono nata la guerra era già un argomento di studio e non una realtà; insomma, era già remota. Ad oggi, sono passati poco più di cento anni da quando un milite ignoto è diventato il Milite Ignoto, e noi, me compresa, sembra che ce ne siamo dimenticati, proprio perché lo percepiamo distante da noi. È importante non dimenticare, e continuare a onorare quell’uomo che ha reso possibile la nostra fortuna, la nostra dignità, che ha sputato in faccia alla guerra assetata di cancellare la realtà e portarsi via tutto. Quell’uomo è un uomo, ed è gli uomini che sono stati e che sono e che saranno, l’Italia.
Vittorio Canovi
“Ignoto Militi”, due parole incise nel marmo immortale della cripta del fante d’Italia; due parole che nella loro semplicità e modestia, vogliono infatti dire “al Milite Ignoto”, racchiudono le vite e le storie di milioni di italiani morti per fare l’Italia. Vite di uomini morti per noi, per la nostra libertà, per la nostra sicurezza, per il nostro Paese. Le spoglie di quel soldato senza nome riposano perpetuamente all’Altare della Patria, luogo simbolo dell’Italia unita. D’innanzi alla maestosità del suo sacrario non si può far altro se non fermarsi e contemplarlo in religioso silenzio pensando a ciò che vuol dire essere cittadini italiani, cittadini di un Paese con un’enorme rilevanza storico-culturale, cittadini di quel Paese che ha gettato le basi per l’Europa, cittadini di quel Paese che fu prima il maggior impero e poi un’accozzaglia di staterelli, cittadini di quel Paese che è risorto dalle sue ceneri per far vedere al Mondo quanto valesse, cittadini di quel Paese che chiamiamo Italia.
Son passati più di cent’anni da quel quattro novembre millenovecento ventuno e ciò ha permesso che il sentimento di vicinanza al figlio d’Italia iniziasse a svanire ed il ricordo a venire meno. A mio parere abbiamo l’obbligo morale di far continuare il ricordo del Milite Ignoto non tanto per tradizione fine a sé stessa quanto per tramandare, con il ricordo del sacrificio, gli ideali che stanno dietro la parola “Patria”. Di fronte a ciò, secondo me, non si rispecchiano solo i caduti della Prima Guerra Mondiale ma anche delle guerre di indipendenza e di tutti i conflitti che hanno visto partecipe l’Italia, dalla Guerra di Crimea al Katanga, dal Libano alla Somalia e così via; ogni vero italiano può vedere un po’ di sé in cima a quella lunga, bianca ed imponente scalinata.
In chiusura, cos’è effettivamente per me il soldato senza nome? È quell’uomo partito per il fronte in grigio-verde e moschetto, quell’uomo semplice che non si nota tra la folla, ma è anche quell’uomo semplice che non ha mai fatto ritorno a casa sua, quell’uomo tanto sconosciuto da civile quanto da militare; è quell’uomo che rappresenta ogni soldato. “Che t’importa il mio nome? Grida al vento fante d’Italia ed io sarò contento”. Ignoto Militi.